Pinocchio is, after Bible, the second most translated book in history. Some put the number at around 260 languages while other sources say it has been translated into over 300 languages. Either way, that’s a pretty good record of translations!

Pinocchio is the wooden italian boy (from Tuscuny) whose nose grows every time he tells a lie. However, this story is about more than the lies of children.

Children can learn from Pinocchio’s adventures when he is terribly punished by fate when he is naughty, disobedient, greedy (most of the time). But the story can also be seen as a more adult political and social allegory, with the dissolute rich represented by the wily, thieving cat and fox, and the rural poor played by the put-upon, ignorant donkey. Carlo Collodi showed the need for the new Italy to get ahead through hard work and study.

And it is a dark story too. Collodi originally intended the adventures to end with Pinocchio being chased by the cat and fox, and his enemies catching him and leaving him to choke, hanging from a tree. Infact in a first time was a story serialised in a magazine for children where Collodi killed off his character evidently with no intent of resurrecting him, but the editor of the Giornale per i bambini pleaded with him to continue the very popular story, so in 1882 and into 1883 Collodi published piecemeal “Le avventure di Pinocchio,” which became chapters 16 to 36 of the book.

Pinocchio was published as a book in the same year, 1883, probably in a very small print run, and at least twelve reprints appeared during the first year of publication.

In italiano (Livello B2)

Il libro “Le avventure di Pinocchio: storia di un burattino” è stato scritto da Carlo Lorenzini, scrittore italiano più noto con lo pseudonimo di Carlo Collodi, nato a Firenze nel 1826 ma cresciuto nel piccolo paese di Collodi. Durante la sua vita si è dedicato al giornalismo e la sua attività letteraria si è rivolta specialmente al giornalismo umoristico. “Le avventure di Pinocchio” (1883) erano già uscite a puntate nel 1881 sul “Giornale per i bambini” con il titolo “Storia di un burattino”, questa versione si concludeva con la morte del protagonista ma i lettori non gradirono e così Lorenzini decise (o forse fu costretto dagli editori) di cambiare il finale nella versione del romanzo.

Il risultato è un libro rivolto esplicitamente ai piccoli eppure allo stesso tempo è anche, ed in primo luogo, una storia per adulti, in particolare per adulti non eterni bambini, vale a dire uomini e donne capaci di mettersi a nudo e in discussione. È una storia che, forte della spregiudicatezza del suo autore e del lasciapassare universale che permette il genere della fiaba, racconta senza mezze misure le ingiustizie e le illegalità della società di quel tempo, dissacra ambiti tradizionalmente inviolabili, denuncia gli abusi più gravi attuati contro i minori dentro un ambito familiare che risulta collocato nella più torbida ipocrisia. Una storia di trasformazione che parte dal buio, dalla povertà, dalle disgrazie che colpiscono il burattino di legno ingenuo e furbetto che deve apprendere a rispettare le regole e a capire come funziona il mondo se vuole diventare un bambino vero. Se vuole migliorare la propria condizione.

E’ chiaro l’intervento educativo e pedagogico della storia, quasi inesistente all’inizio e poi sempre più chiaro e definito, che proprio dalla conclusione assume davvero tutto il suo significato: il burattino, dopo una lunga serie di prove, anche dolorose, si riscatta dalla sua negligenza e diventa un bravo ragazzo.

Carlo Collodi oltre a questo, nelle sue celebri pagine, fa anche una lucida analisi della società italiana dei suoi tempi. Ci parla di un popolo poco onesto, adatto a compiere e a subire ingiustizie, a subire le prepotenze del più forte, incapace di ribellarsi e di denunciare, se non del tutto anonimamente e senza compromettersi: vedi la solitudine di Pinocchio in tutti i suoi guai, i tanti personaggi che si rifiutano di aiutarlo, il potere infinito e sempre presente del gatto e la volpe. Un popolo che in quest’opera si mostra poco coraggioso e solidale sul piano sociale, poco cosciente dei propri diritti e doveri morali e materiali, un popolo composto in linea di massima di individui a sé stanti, magari splendidi come Pinocchio, ma che restano sempre chiusi dentro la loro individualità. Pinocchio alla fine si ritrova nella sua casa, davanti allo specchio, eroe della sua individuale salvezza e della redenzione paterna, non del riscatto di un popolo. E’ un eroe solo familiare.

Stiamo parlando del destino di un libro, Le avventure di Pinocchio, nato per essere un fantastico libro per bambini, diventato poi, cammin facendo, un grande libro per grandi, senza smettere mai d’essere un fantastico libro per bambini. In questa duplicità, sta la sua forza, e probabilmente il suo successo. Ha un’ illimitata disponibilità alla lettura, grazie alle capacità di parlare a popoli e generazioni diverse e di rivestire, al di là della versione originaria, altre forme e altri linguaggi in movimento. Un linguaggio che è stato ripreso da tanti in forme diverse. Pinocchio ha ispirato giochi, cartoni animati, film di animazione e film veri e propri: volenterosa, anche se non pienamente riuscita, la rielaborazione di Roberto Benigni, indimenticabile per molti, la serie TV di Luigi Comencini con Nino Manfredi e Gina Lollobrigida.


In qualsiasi modo si decida di leggerlo e di guardarlo una cosa è certa: il personaggio di Pinocchio è eterno, e il suo autore, forse, ne era consapevole fin da quando ha iniziato a immaginarselo. Chissà però se pensava che sarebbe diventato uno dei libri più tradotti al mondo. I numeri non sono mai certi ma sembra proprio che dopo la Bibbia, Pinocchio sia il libro più tradotto al mondo e si contenda il primato con il “Piccolo principe” di Saint Exupéry.


Advertisements