The Terzani Prize, which pays homage to the Florentine journalist and writer Tiziano Terzani, who spent 30 years working as a journalist in East Asia, was established in 2004 by the Udine cultural association Vicino/Lontano.

This year the mayor of Udine has decided to cut the funds, “Terzani is overrated” he said, showing how the Italy’s crisis is not only economic but cultural too.

Terzani was born into a working-class family in Florence, a city he loved but at the same time despaired of for having allowed itself, in his eyes, to become an open-air museum, overrun with tourists.

Exceptionally intelligent – in time, he could speak five languages fluently – his teachers encouraged him to study law at the University of Pisa, after graduating, he worked for Olivetti, the office equipment manufacturer, in Japan and China, enjoying the experience of being abroad but quickly becoming bored with the job. Interested in trying his hand at journalism.

He immersed himself in Asian culture, learning their languages, adopting their dress, melting into the crowd so that he could prowl about without attracting attention and grow to understand fully the countries and people about whom he was writing.

He wrote many utterly charming and engaging books that offers vivid portraits of unusual corners of Asia, told by a skilled raconteur whose eyes were open wide.

La fine è il mio inizio

In italiano (Livello B2)

Che cosa fai se nasci in una città che non ti basta?

Semplice: apprendi le lingue, anche le più difficili, e parti. Viaggi e scrivi, però prima scappi dal tuo ingrato paese (l’Italia) che al tuo sogno non presta ascolto e trovi un editore capace di credere nelle tue abilità solo all’estero, in questo caso in Germania. Terzani ha lavorato per molti anni come corrispondente di guerra per Der Spiegel raccontando il continente asiatico in tutte le sue forme. Questo sostanzialmente ha fatto per più di 30 anni: girare attraverso l’Asia, intercettarne le complessità, raccontarle per sentirsi in pace con se stesso e con tutto il mondo, anche quello piccolo dal quale scappava per poi provarne nostalgia. Alla fine ci dice una cosa semplice e chiara: “cerca senza sosta, senza porti alcun limite, viaggia, sbaglia, ritenta perché la pace interiore parte da una curiosità esteriore”.

Agli altri giornalisti Terzani ha insegnato a non essere superficiali neppure se in buona fede. Rispettare la vita dei “piccoli” uomini, raccontando la loro storia personale fatta di “piccoli” gesti che si ripetono, di “piccoli” valori che sono quel che resta. “Fare un buco alla ricerca di qualcosa che non esiste è il grande valore della professione dei giornalisti; cercare sempre, ovunque”.

Nato a Firenze nel 1938 da una famiglia umile dove nessuno pensava potesse diventare uno scrittore, anche se fin da piccolo dimostrò di avere grandi doti intellettuali. I genitori fecero sacrifici enormi per farlo studiare e lui li ripagò. Fu preso alla facoltà di giurisprudenza alla Normale di Pisa e poi fece il manager per 5 anni presso la Olivetti. Quel lavoro gli permise di viaggiare e fu così che capì cosa voleva veramente. Raccontare la vita delle persone, dei protagonisti della storia.
Trovò lavoro a Il Giorno, fece il praticantato e diventò giornalista professionista. Ma voleva altro, voleva fare il corrispondente dall’Oriente, si era innamorato della Cina durante un viaggio per la Olivetti, e quando il direttore gli disse che il giornale non ne aveva bisogno, si dimise. Iniziò a girare l’Europa per trovare quel posto di lavoro che realizzasse il suo sogno finché approdò al settimanale amburghese Der Spiegel, che gli diede la possibilità di scrivere dal Sud-Est asiatico, da freelance. L’avrebbe poi fatto per trent’anni.

Negli anni’70 andò a vivere in Vietnam con la moglie e i loro due figli allora piccolissimi, più o meno in quel periodo cominciò anche la collaborazione con diversi importanti giornali italiani come L’Espresso, La Repubblica e il Corriere della Sera. Il suo primo libro, Pelle di leopardo, è dedicato proprio alla guerra in Vietnam. Nel 1975 rimase a Saigon insieme a pochi altri giornalisti per assistere alla presa del potere da parte dei comunisti, e scrisse Giai Phong! La liberazione di Saigon, libro che fu tradotto in molte lingue. Dopo l’aggressione della Cambogia da parte del Vietnam, Terzani fu tra i primi cronisti a tornare a Phnom Penh, e raccontò il suo viaggio in Holocaust in Kambodscha.

I protagonisti dei suoi libri però non sono i fatti ma le persone, quelle che incontrava per strada, con cui passava ore a parlare, quelle che gli raccontavano dei granchi che non si stancavano mai di fare i buchi nella sabbia. Come faceva lui, come dovrebbero fare tutti i giornalisti secondo lui: buchi profondi senza sapere dove ti porteranno.

Sarà per questo che i suoi libri hanno venduto tantissimo, perché parlavano dell’eterna ricerca di tutte le persone: una ricerca profonda che nessuno sa dove porta.

E’ notizia di oggi che il sindaco leghista di Udine ha tagliato i fondi al Festival “Vicino/lontano” dedicato al giornalista dall’anno della sua morte (il 2004). Evidentemente c’è a chi le parole profonde danno fastidio. Forte la reazione della moglie Angela Staude Terzani: “E’ un segnale d’intolleranza”.

Se l’attuale sindaco di Udine avesse anche solo un po’ di quell’inquietudine che animava lo scrittore fiorentino la pace la cercherebbe nel fare invece che nel disfare. Ma qui, da noi, anche l’inquietudine pare in crisi. Si preferisce la quiete e il sonno delle coscienze.

Per svegliarci dovremmo ricominciare a leggere i libri di Terzani:

Un’altro giro di giostra

Un indovino mi disse

La porta proibita

Esercizio: tre frasi celebri.

Inserisci gli indefiniti mancanti: tutto, tantissimo, tantissimi, ognuno, altra, altri, certi, nulla, niente (alcuni si ripetono).

La storia di questo viaggio non è la riprova che non c’è medicina contro _____ malanni e che _______ quel che ho fatto a cercarla non è servito a ______. Al contrario: ______, compreso il malanno stesso, è servito a ________. È così che sono stato spinto a rivedere le mie priorità, a riflettere, a cambiare prospettiva e soprattutto a cambiare vita. E questo è ciò che posso consigliare ad ______: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi. Per il resto __________ deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale. L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce al tetto dal quale si vede il mondo sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.

Ci sono giorni nella vita in cui non succede _______, giorni che passano senza _______ da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, __________. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più.

Con una candela se ne accende un’_____. Una si spegne, l’______ brucia e ne accende un’_______.

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